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Il Maiolo: la storia

Anni settanta

Nel 1972, Papà Marcello decise di comperare il Maiolo. Era un piccolo fondo agricolo praticamente abbandonato con una serie di fabbricati semi diroccati e completamente da ristrutturare.

Il periodo non era dei migliori sia dal punto di vista economico che da quello del morale. Infatti una serie di screzi e dissapori con le sorelle lo avevano quasi costretto ad abbandonare la casa di Bettola ed a caricarsi di debiti per poter comperare il Maiolo.

Ma era la realizzazione di un sogno: era il poter avere un sito, un podere nel quale divertirsi ad essere il signore di campagna di una volta, così come fu per suo padre, il nonno Stefano, nel podere dei Barbaroni a Bettola.

Marcello Torre, noto tra la gente come l’isgner, era un brillante ingegnere civile che sviluppò tecniche per i controlli non distruttivi sui materiali da costruzione.

Lavorando per la direzione delle costruzioni dell’ENEL, si affermò come uno dei più stimati tecnologi del calcestruzzo italiani e realizzò strumenti innovativi, come un calorimetro adiabatico per misurare il calore sviluppato dalle reazioni chimiche di indurimento del calcestruzzo.

Il calorimetro adiabatico modificò il modo con il quale veniva valutata la qualità dei conglomerati cementizi, introducendo un nuovo parametro di importanza fondamentale per la valutazione preventiva della qualità del calcestruzzo, ovvero il suo calore di idratazione.

Ma il papà Marcello fu soprattutto noto per la sua passione per la caccia. Era espertissimo cacciatore di beccacce, ma non disdegnava anche altri selvatici come quaglie, lepri e pernici.

Famosi in tutte le valli piacentini erano i suoi setter, mansueti ed eccezionali nel cacciare.

Il Maiolo gli consentiva di poter avere un luogo dove addestrare i cani e dove poter cacciare, con o senza fucile, tutto l’anno.

Vi fu un periodo nel quale l’Isgner aveva installato al Maiolo un richiamo per quaglie all’avanguardia per gli anni ’80, che consisteva in un megafono che trasmetteva a ciclo continuo una cassetta che girava all’infinito con pochi minuti di canto di quaglia.

Il richiamo veniva acceso tutte le notti a ridosso del plenilunio, quando le quaglie sono di passo, e gli abitanti di Cassano, paesino poco distante dal Maiolo, ne erano così tanto disturbati da indurli a mettere una taglia su quell’uccellaccio notturno che impediva loro di dormire.

Il Maiolo venne ristrutturato grazie al lavoro di una squadra di persone estremante capace: il Capo Mastro fu EMILIO CIRIEGIO, che oggi riposa nella cappella del cimitero di Cassano accanto a quella della nostra famiglia nella quale giace il NONNO MARCELLO.

Nonno, già, perché il tempo gli ha dato due splendidi nipoti, figli di Stefano, uno dei quali si chiama come lui.

Una targa in pietra arenaria sulla sommità dell’arco del portico accanto alla villa, lavorata a bocciarda da Emilio Ciriegio, ricorda la data e le iniziali di chi ristrutturò il complesso dei fabbricati del Maiolo.

Anni ottanta

Fu il Nonno Marcello ad impiantare il primo vigneto al Maiolo: 13 pertiche, ovvero un ettaro di ortrugo, barbera e bonarda.

Il vino che produceva era di ottima qualità, pur essendo una specie di hobby, e finiva per essere un vanto, un regalo agli amici ed una dotazione per i consumi della famiglia.

L’isgner impose, verso la fine degli anni settanta, una sorta di regime autarchico alla famiglia, nel quale ciò che veniva consumato era in grandissima parte prodotto al Maiolo.

Il frumento dei campi davanti alla villa produceva la farina necessaria a fare il pane e le crostate di prugne (per le quali la Nonna era famosa), un allevamento di conigli ed un ampio pollaio fornivano carne e uova, mentre latte e carne bovina arrivavano da uno scambio in natura con GIORGIO MOLINELLI, dell’osteria Vecchia, il quale con un contratto sulla parola di tipo enfiteutico, si occupava di arare, seminare, raccogliere e trebbiare.

Il vigneto era seguito dall’oste di Cassano, il celebre RENATO PASSAFONTI, che si preoccupava di coltivare le viti ed organizzava la vendemmia.

A quei tempi la vendemmia era una specie di festa del paese, alla quale partecipavano un po’ tutti; i grandi percepivano un minimo di stipendio, mentre i bambini ed i ragazzi lavoravano gratis. Ma alla fine, dopo la fatica seguiva la cena della vendemmia, ed era un trionfo di pisarei, tortelli e bortoline, cotechini, polenta, ciccioli, anatre arrosto e torte di patate. Soprattutto era un momento di allegria, chiacchiere e sorrisi, l’ultima festa prima che l’autunno spogliasse gli alberi per prepararli all’inverno.

Anni novanta

Il Nonno Marcello morì quando aveva solamente 56 anni, lasciando in eredità il fondo alla moglie, la NONNA MARIALUISA, ed ai figli CECCO e STEFANO.

Seguì un periodo di forte incertezza sul futuro nel quale CECCO, allora studente di giurisprudenza a Parma, maturò l’idea di trasformare il Maiolo in una vera e propria azienda vitivinicola.

La sfida era ardua, le diponibilità economiche ridotte, ed il tempo disponibile poco, dato che Cecco aveva deciso di diventare comunque avvocato.

Furono anni nei quali soprattutto la Nonna Maria Luisa seguiva l’azienda nascente, i lavori di impianto, e la costruzione degli edifici destinati a diventare cantina.

Cecco si limitava al lavoro pesante, quello fatto col trattore per coltivare la vite: la fresatura, l’irrorazione degli anti crittogamici, dello zolfo, la potatura e ad organizzare la raccolta dell’uva.

Furono parecchi gli amici che in questo periodo si fecero in quattro per dare una mano a Cecco, e tra questi va menzionato Giulio Armani, enologo di fama, che diede un contributo fondamentale nell’impostare le fasi della vinificazione.

Anni duemila

I primi vini furono prodotti nel 2003, e fu un anno eccezionale. Rimangono ancora alcune bottiglie di quel fantastico vino rosso che vengono stappate in occasioni importanti per celebrare con la giusta solennità i momenti significativi della vita familiare.

Poi venne l’alzaimer della Nonna Maria Luisa che, poco per volta, scivolò verso la perdita delle sue capacità cognitive.

Fu un periodo durissimo, nel quale Cecco prese a cuore le sorti della mamma, dedicandosi a curarla e ad accudirla. Inaccettabile era l’idea di metterla in un ricovero per malati di mente, e così lei visse al Maiolo gli ultimi suoi anni, scivolando serenamente verso il suo destino.

Se c’è una cosa di cui Cecco va orgoglioso è proprio l’aver abbandonato praticamente tutto per dedicarsi alla mamma fino a vederla spirare il suo ultimo respiro tenendola per mano.

L’azienda passò in secondo piano e, pur sempre seguita con attenzione, ridusse la sua produzione, fino a limitarsi a vendere l’uva alle cantine della zona.

Pur a fatica Cecco comunque non demordeva, acquisiva nuovi terreni ed impiantava nuovi vigneti, cercando di far crescere comunque l’azienda.

Iniziò a partecipare a fiere vinicole in giro per l’Italia già negli ultimi anni di vita della Nonna Maria Luisa che, sempre, veniva comunque portata alle fiere e non smetteva di essere accudita anche in quelle occasioni.

Oggi

Il Maiolo poco per volta iniziava a diventare un Brand ed il vino dell’azienda trovava sempre più estimatori entusiasti.

Oggi, grazie alla partecipazione a fiere di settore internazionali, il vino del Maiolo ha molti clienti stranieri ed esporta la gran parte della sua produzione, soprattutto in Giappone e nei paesi dell’Unione Europea.

Il sogno di CECCO TORRE, poco per volta si sta avverando, ed anche se lui rimane un Avvocato del foro di Piacenza, il suo ruolo di produttore di vino assorbe la maggior parte del suo tempo.

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