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Sante Bergonzi, l’omino sul Motom

Chi tra i cassanesi passò più tempo al Maiolo certamente fu Sante Bergonzi, detto Santino.

Era stato in minatore nelle cave di marna della cementi Rossi ed ora, in pensione, faceva lavoretti qua e là ma soprattutto al Maiolo.

Era un omino piccolo e rotondo, dal viso sorridente segnato dal tempo e dalla fatica, e dotato di una tenacia sorprendente. Era come i trattori diesel: non aveva scatto ma tenuta alla distanza.

Arrivava a cavallo del suo motorino rosso, un Motom 50 di cilindrata con manubrio ribassato, il che gli imponeva una posizione di guida da moto da corsa che strideva moltissimo con la sua età e con le sue fattezze tutt’altro che da giovanotto.

Ma lui di quella moto era orgoglioso. Era il suo unico mezzo di locomozione ed era per lui una sorta di bandiera da molti anni.

Santino era il Cognato di Emilio Ciriegio, il capo mastro nella ristrutturazione del Maiolo, perché ne aveva sposato la sorella, che era l’unica della grande famiglia dei Ciriegio rimasta nella casa di Cassano, gli altri erano sparsi tra Milano e  la Thailandia, tranne Emilio che viveva a Riva, vicino a Ponte dell’Olio.

D’estate arrivavano tutti, e nella casa c’era posto per ognuno di loro.

Santino però era in disparte, discreto e riservato, in un appartamento a se, con una grande cucina al piano terra e le stanze da letto al primo piano.

Oltre alla moglie, la Maria, che era la sorella di Emilio, Sante aveva anche un figlio che si chiamava, ed ancora si chiama Stefano e che fa l’elettricista a Bettola.

Sante aveva una unica vera passione: i Funghi. Conosceva ogni angolo, ogni radice, ogni pianta del grande bosco di castagni che copriva Monte Santo ed era l’unico che sapeva trovarci i porcini.

Al Maiolo si occupava di tutto, era una presenza quotidiana e la sua occupazione principale era la cura dell’orto.

V’è da dire che l’orto al Maiolo non era uno scherzo, occupava una intera pertica di terreno e disponeva di colture non comuni come gli asparagi e le zucche.

L’orto era nelle vicinanze del pollaio e la lotta quotidiana che santino combatteva era contro le galline per difendere la lattuga e le altre coltivazioni era epica.

Un giorno decise che avrebbe recintato l’orto. Siccome però non c’era abbastanza rete per recintarlo tutto, pensò di metterla solo dalla parte prospicente il pollaio, pensando così di tener lontani quei vandali a due zampe.

Lavorò per una intera settimana a piantare pali prima ed a fissare la rete poi, finché l’opera non fu finita.

Poi soddisfatto, alla mattina successiva venne a vedere come si comportavano i polli, che appena liberati dal pollaio si precipitavano verso quel banchetto loro servito che era l’orto e sgomenti trovavano la rete a fermarli.

Santino era soddisfatto all’inverosimile, sembrava dire: “Vi ho fregati, imbecilli!”

L’orto era la sua gloria, non importava che a goderne i frutti fosse qualcun altro, gli importava che quei frutti fossero degni del miglior ortolano e chi li vedeva dicesse … che belli!

Pur microcefali proverbialmente, ai polli non ci volle molto per capire, con quei quattro o cinque neuroni che hanno, che la rete era da una parte sola, e così quel giorno approfittarono della disattenzione generale per darsi ad un saccheggio senza precedenti.

Quando riuscivano ad aggirare la rete spesso non riuscivano più ad uscire e rimanevano lì come intrappolati. Evidentemente i loro pochi neuroni consentivano di capire come entrare ma non come uscire.

Così quella sera, nello sconforto generale, fummo costretti ad andare nell’orto a catturare, come un rodeo, tutte le galline ed i galletti rimasti intrappolati e portarli nel pollaio.

Intanto papà Marcello aveva acquistato la rete che mancava, e Santino, con un’aria decisamente contrita, si mise a lavorare indefessamente e fino a tardi che tanto in estate c’era chiaro fino alla nove di sera, ed in due giorni completò la recinzione

Così le galline non entrarono più nell’orto a banchettare con ciò che non spettava loro. Il diritto, il diritto naturale nel quale Sante credeva, era ripristinato.

 

Sante era un uomo di poche parole, preferiva di gran lunga i fatti, e non si dilungava mai in racconti sulla sua vita e sulle sue avventure. Quel che si sapeva di lui era per bocca di altri, e la sua vita da minatore, così come il suo passato rimanevano avvolti da una cappa di mistero.

Non lo ho mai visto arrabbiato, e sfido qualcuno a dire di averlo visto perdere le staffe. In realtà c’era una cosa sola che lo faceva andare in bestia, e quella cosa accadde un giorno al Maiolo.

Da quando il Papà Marcello aveva introdotto il regime autarchico al Maiolo, il pane doveva essere fatto nel forno a legna della Casina.

Così ogni sabato si celebrava il rito del fare il pane. Da cassano venivano un paio di donne, una delle quali era la Maria di sante, moglie di Santino e l’altra, ma solo le prime quattro o cinque volte era l’Assunta, moglie di Giorgio dell’Osteria Vecchia, e si faceva il pane partendo dall’Alvè avanzato il sabato prima.

Compito dei bambini, ovvero mio e di Cecco, era andare a fare legna, il che consisteva nel prendere dalla legnaia quelle quattro o cinque fascine necessarie a portare il forno in temperatura.

Il Nonno Marcello faceva il fuochista e si preoccupava di fare in modo che il forno fosse al punto giusto di temperatura quando il pane fosse stato pronto per la cottura.

Al momento opportuno i mattoni della volta dovevano diventare bianchi e ciò avrebbe indicato che la temperatura era quella giusta.

L’impasto invece veniva fatto la mattina presto nel cucinino che dava sul portico nel quale era il forno. I pani piccolini, preparati dalla Nonna Maria Luisa e dalla Maria di Sante, venivano lasciati riposare sotto un panno per diverse ore, lasciando al lievito la possibilità di agire e di gonfiarli.

In qualche ora aumentavano il volume di oltre 3 volte e diventavano di dimensione analoga a quella del pane che si compera in panetteria.

A quel punto il forno doveva essere cado al giusto per poter accogliere il pane e cuocerlo.

Veniva tolta la cenere, il pavimento del forno veniva pulito con uno straccio bagnato attaccato ad un palo di legno, ed i pani, uno ad uno, venivano messi dentro. Dopo una ultima occhiata del nonno Marcello, il forno veniva chiuso.

Di solito dopo una oretta il pane era pronto.

 

Quella volta nell’impasto le donne avevano dimenticato di mettere il sale.

Quando fu pronto il pane venne subito assaggiato ed era orrendo, così le donne decisero buttarlo e quindi noi bambini fummo mandati con la carriola piena di pane a gettarlo.

Santino passò di lì mentre scaricavamo il pane nella buca del rudo. Ci guardava attonito, come stralunato:

“cosa fate?”

“buttiamo via il pane, ce lo ha detto la mamma”

E scoprimmo che veder buttare il pane era l’unica cosa che lo faceva arrabbiare.

Così ci obbligò a raccoglierlo e con aria truce ci accompagnò nella cucinina dove le donne stavano finendo di riordinare.

Ed a tutti, compreso sua moglie, che non la aveva mai sentita, raccontò una storia.

Il pane di legno

Seconda guerra mondiale, fronte jugoslavo, i militari italiani in rotta tornavano a casa a piedi. Erano cenciosi, pieni di pidocchi, con le scarpe rotte e camminavano da giorni.

Dopo l’otto settembre erano rimasti allo sbando in territorio nemico ed avevano iniziato la camminata verso casa.

Muoversi in quel territorio era pericoloso, vendette e pulizia etnica erano all’ordine del giorno e se fossero stati individuati da gruppi della resistenza o da una pattuglia militare sarebbero stati dolori.

Poco per volta era arrivato l’inverno e la neve, e loro erano costretti a muoversi furtivamente, senza usare le strade che erano troppo pericolose.

Molto presto finirono i viveri, e mangiavano quel che trovavano.

Ma con la neve era diventato impossibile trovare il cibo, e non avevano neppure proiettili da usare per cacciare, da tempo erano finiti.

Avevano perso il conto dei giorni e non sapevano che giorno fosse, anche se doveva essere vicino il Natale.

Non mangiavano da quasi una settimana quando arrivarono ad una falegnameria abbandonata ai margini di un bosco non distante dal confine con l’Italia.

Entrarono a cercare qualcosa da mangiare, ma non c’era nulla, solo legna e segatura.

La delusione era pari alla loro fame. Erano stremati e consapevoli che non sarebbero riusciti a proseguire. Il loro destino era segnato.

Sul retro, all’esterno c’era un piccolo forno a legna.

Uno dei commilitoni accese il forno, poi con la segatura ed un po’ d’acqua fece un impasto, gli diede la forma di una pagnotta e lo cucinò.

Lo divisero tra loro ancora caldo e lo mangiarono.

Sembrava squisito, ma in realtà era di legno, conteneva solo segatura.

Riempiva lo stomaco e placava il senso di fame, ma non nutriva, non consentiva al corpo di rigenerarsi, e loro lo sapevano.

Non avrebbero proseguito oltre, il loro cammino finiva lì, con un ultimo pasto a base di segatura cotta al forno in modo da sembrare pane.

Fino ad allora erano stati molto attenti a non accendere fuochi, per evitare di tradirsi, ma ormai non contava più, perché se qualcuno doveva trovarli avrebbe trovato i loro corpi senza vita.

Furono dei contadini a che, dopo aver visto il fumo del camino, si recarono alla falegnameria per controllare chi ci fosse, e salvarono le loro vite.

Li portarono alle loro case, dove scoprirono che era proprio il giorno di Natale, e li sfamarono.

Ci vollero molti giorni per riprendersi dalla denutrizione, ma la loro vita era salva, così dopo qualche settimana ripartirono per tornare a casa.

Eravamo tutti attoniti nel sentire quel racconto, noi bambini colpiti profondamente dalla intensità della narrazione, ed i grandi, allibiti e come tramortiti da quei fatti che tanto assomigliavano ad altre storie che già avevano sentito ma che nelle parole di Sante diventavano reali.

Così quella carriola di pane anziché, essere buttata, finì per diventare mangime per i polli, era pane, in fin dei conti, fatto con farina buona non con segatura!

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