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Eliseo Mezzetta, il prete in 600

Forse il personaggio più significativo del paese, a cavallo tra gli anni ’70 ed ’80 fu don Eliseo Mezzette, il parroco di Cassano.

La parrocchia di Cassano si estende fino a Biana ed a Monte Santo. Il Parroco doveva quindi farsi in tre: celebrar messa in tre chiese ed occuparsi di parrocchiani sparsi su un’area vastissima.

Così don Eliseo passava una parte del suo tempo alla guida di una vecchia fiat 600 celeste saltabeccando da una chiesa all’altra.

Viveva nella grande canonica di fianco alla chiesa di Cassano con la madre ed il fratello giovani (detto Giuan dal pret) e conduceva una esistenza estremamente frugale, scevra di lussi e comodità, e sopravvivendo grazie al pollaio e ad i conigli che la madre ed il fratello allevavano nel cortile della canonica.

Veniva da Bedonia e, se lui aveva perso l’accento dell’alto appennino parmense durante gli anni di seminario, la stessa cosa non era successa ai suoi famigliari che parlavano come dei veri e propri stranieri. Suo fratello Giovanni poi si esprimeva nel suo dialetto risultando, completamente o quasi, incomprensibile ai cassanesi.

Le finanze della parrocchia beneficiavano della rendita dell’affitto di una proprietà terriera discretamente vasta che, a macchia di leopardo circondava il paese.

Ma l’abbassarsi del valore dei canoni di affitto, che andava di pari passo con il venir meno della rimuneratività della attività agricola, faceva si che quella rendita non bastasse a mantenere sia il prete che i suoi due famigliari.

E così Giuan, tutti i giorni, verso sera partiva dalla canonica con la falce e la gabbia di vimini per andare a fare erba lungo i fossi e sulle cunette della strada comunale.

Con quell’erba manteneva un piccolo allevamento di conigli che, una volta a settimana, consentivano di mettere in tavola un arrosto.

Il litro di latte quotidiano fornito dal fittabile e le uova del pollaio, fornivano il necessario per gli altri pasti.

Insomma, nella canonica di Cassano non si scialacquava e si viveva in modo molto modesto.

Tutto ciò riusciva a celare la profondità della cultura e di uno spirito che Don Eliseo non amava mostrare se non in momenti particolari che richiedevano tempo e fiducia nei suoi interlocutori.

Era un espero traduttore dal latino volgare e spesso veniva chiamato a tradurre documenti da molti parroci della provincia de anche oltre, ed era un cultore della storia del paese che ogni tanto si metteva a raccontare a qualche fortunato.

Tra l’altro ricordava un passo tratto dagli archivi parrocchiali nel quale si parlava di Cassano come di un luogo benedetto poiché lì non grandinava mai, e sorrideva compiaciuto dicendo: “sapete perché?”

La risposta la conoscevamo ma ogni volta lo lasciavamo dire, “perché c’è sempre stato un parroco che quando arrivavano i cumulonembi carichi di grandine, si metteva a suonare le campane all’impazzata, rompendo le nubi con il suono e salvando i campi dalla tempesta.”

In realtà non era farina del suo sacco, era stato l’isgner nostro padre, il nonno Marcello, a raccontare a don Eliseo quella interpretazione scientifica del perché le campane funzionavano. Fino ad allora lui le suonava perché il suo predecessore gli aveva insegnato quella usanza, e lui attribuiva a quell’atto lo stesso valore che si può dare ad una preghiera. L’unica differenza stava nel fatto che, data l’urgenza, l’invocazione all’altissimo fosse ben più rumorosa di una semplice preghiera.

Da quando don Eliseo conosceva la spiegazione terrena di ciò che fino ad allora aveva solamente un significato trascendente, aumentò la solerzia con la quale suonava le campane all’approssimarsi dei cumolo nembi, aumentò la foga che metteva nel tirar le corde del campanile, arrivando addirittura a farsi aiutare dai bambini che si trovavano nei pressi della chiesa in quei momenti.

Così a Cassano ogni volta che si avvicinava un temporale le campane suonavano a martello, e se per caso Don Eliseo non era in paese, lo si vedeva arrivare a tutta birra con la sua sei cento azzurra, e precipitarsi in chiesa per suonarle.

Sarà stata la posizione del campanile rispetto al fondo valle, come sosteneva il Nonno Marcello, o sarà stato perché tanta solerzia il divino doveva pur premiarla, fatto sta che una grandinata seria non cadde mai in paese.

Ora occorre aprire una breve parentesi sull’aiutare don Eliseo in quei momenti, perché era talmente divertente suonare le campane in quei momenti concitati da far si che i ragazzini cercassero di esser lì quando arrivavano le nubi.

Normalmente suonare le campane non era divertente. Chi faceva il chierichetto lo faceva prima della messa ma era sotto il controllo di qualcuno e non poteva attaccarsi alle corde e farsi tirar su.

Invece, nella concitazione di quei momenti, come se si fosse in battaglia, e senza alcuna sequenza da dover seguire nel suonare, ci si poteva attaccare alle corde ed usarle come se fossero altalene, facendosi sollevare anche di parecchi metri e poi ripiombar giù seguendo il ritmo con il quale le campane oscillavano.

Io ed il Cecco abbiamo passato alcuni dei momenti di più grande divertimento della nostra infanzia a suonar le campane prima dei temporali, e la stessa cosa, ne sono sicuro è capitata a moltissimi altri bambini cassanesi di quel periodo.

D’estate col paese gonfio di turisti, che erano per lo più i figli ed i nipoti di chi era rimasto a vivere in paese, la messa della domenica più partecipata era quella delle 11 e don Eliseo, che non aveva il dono dell’ubiquità, non riusciva a celebrarla perché era impegnato a dir messa nella chiesetta di Monte Santo.

Così veniva sostituito da un prete preso in prestito dal ricovero di Ronco Vero vicino a Bettola.

Per anni fu un certo Don Basilio a dir messa di domenica a Cassano, ma era troppo profondo, troppo teologo, troppo distante, troppo straniero per poter far breccia nei cuori dei cassanesi.

I Residenti preferivano andare alla messa delle sei di mattina ed ascoltare le parole semplici di Don Eliseo, rispetto la farsi coinvolgere nella bolgia della messa delle 11.

Ma per San Lorenzo era tutto diverso, alle 11 c’era la messa del Patrono e la celebrava Don Mezzetta con i paramenti più belli.

Dopo la messa sei uomini scelti si caricavano la statua del santo sulle spalle, altri quattro reggevano il baldacchino, ed un altro paio salivano sul campanile a liberare le campane.

Si partiva in processione fino al mistadello davanti all’osteria e tra canti e preghiere si tornava alla chiesa, ognuno convinto in cuor suo di aver partecipato alla vita del cosmo.

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